| Presso gli antichi Greci si favoleggiava di una terra remota, perduta tra i ghiacci del nord. La chiamavano Thule: estrema, deserta. Sbagliavano ! Quella terra era ed è abitata. Ci vivono gli Eschimesi del nord-ovest groenlandese, per i quali un buon rapporto con la natura è la chiave della sopravvivenza. |
| È BUIO PESTO. Da tre mesi, ormai. Il silenzio è tale che al viaggiatore, imbacuccato in folti strati di pelliccia, sembra quasi di sentire il rumore delle stelle. All'improvviso, nell'oscurità, avverte una presenza. "Inuhuarunai?", grida, "Sei un uomo?". Non c'è eco. La sua piccola nuvola di voce è già inghiottita dal ghiaccio. Panico. Se non è un uomo, è nanuk: l'orso bianco. Forse affamato. E allora il viaggiatore è spacciato. "Sono uomo", è la replica. Confortante ma un po' circospetta. Sarebbe inutile cercare di identificare l'interlocutore. A una domanda più diretta, come "Chi sei?", l'altro risponderebbe evasivamente: "Sono io", oppure: "Sono il figlio di un cacciatore". Perchè il nome ha un'anima propria che sarebbe assurdo e pericoloso mostrare al primo sconosciuto che brancola nella notte polare. Siamo letteralmente in capo al mondo. Più su di così non si può. I viandanti non lo sanno, ma sono entrambi di Moriussaq, un villaggio di baracche assediate dal ghiaccio, all'estremità nord-occidentale della Groenlandia. Più precisamente nel distretto di Thule. Il nome di questa regione ha un mito e ha una storia. L' "ultima Thule" è infatti la mitica terra dei ghiacci a cui Pitea, geografo della colonia greca di Marsiglia vissuto nel IV secolo a.C., diede nome dopo una spedizione verso nord, oltre lo stretto di Gibilterra. L'espressione fu poi resa celebre da un verso delle Georgiche di Virgilio. Ben quindici secoli dopo, in Groenlandia sbarcarono i Vichinghi, che vi fecero tappa per avventurarsi più a ovest, verso le coste canadesi. Passarono altri cinque secoli prima che il navigatore elisabettiano Martin Frobisher rapisse, nel 1577, un cacciatore eschimese per portarlo alla sua regina. Ma fu l'esploratore inglese John Ross, alla ricerca di un passaggio a nord-ovest verso il Pacifico, che s'imbattè‚ negli Eschimesi della terra che, nel 1818, ribattezzò con il mitico nome di Thule. L'ultima, l'estrema. Erano uomini, quelli, che gli indiani americani Wabanaki e Cree chiamavano eskimantsik, da eski, "carne cruda", e mantsik, "mangiatori". Un'abitudine, quella di consumare crude diverse parti degli animali uccisi, che ha sempre caratterizzato gli indigeni polari. Quanto a loro, gli Eschimesi si definiscono semplicemene Inuit, come a dire "gli uomini". Anzitutto per distinguersi dagli altri animali polari. In secondo luogo perchè‚ per migliaia di anni non è mai passato loro per la testa che oltre il mare Glaciale Artico, a sud, abitasse qualcuno. |
| L'ecologia non è mai stata una materia scolastica né una disciplina da studiare, per gli Eschimesi. Un buon rapporto con la natura era ed è semplicemente la condizione per la sopravvivenza. Perchè‚ tra i ghiacci di Thule, la mera sopravvivenza richiede comportamenti estremamente equilibrati e razionali, e un'enorme capacità di rispetto e di adattamento all'ambiente. Nel teatro del freddo e della fame da 4.000 anni circa (così provano i reperti archeologici dei primi Eschimesi venuti dall'Asia attraverso lo stretto di Bering) si svolge la commedia umana di questa gente. Sono uomini come noi, ma la natura, dopo mille e mille repliche di quel copione di azioni quotidiane, li ha un po' favoriti. Un po' di grasso protettivo, isolante e di riserva sotto la pelle, in particolare sulle guance e sulle palpebre. Una fitta rete di capillari alle estremità delle dita, per permettere un maggior afflusso di sangue alle parti più soggette a congelamento. E poi, essenziale per la caccia, una vista straordinaria. Se ne accorse per primo un oculista danese in visita a quella ex-provincia coloniale chiamata Thule (oggi, dopo l'indipendenza del 1980, Avanersuup Kommunia). Gli Eschimesi polari decifravano senza alcuno sforzo le lettere più piccole, in basso a destra della sua tabella. Con una piccola variante: da una distanza doppia rispetto a quella regolare. Chi ricorda il dramma di Dersu Uzala, il cacciatore siberiano del celebre film di Akira Kurosawa condannato a morire nella tundra per una semplice miopia, sa quanto siano preziosi gli occhi del cacciatore. Quello che campa cacciando. Del resto, non esistevano certamente gli occhiali in Europa quando già gli Eschimesi polari li usavano da un pezzo. Occhiali da sole, per l'esattezza. Riflessa dal ghiaccio e dalla neve la luce del sole è come un abbacinante fascio di aghi d'argento. Può addirittura accecare per diversi giorni. A volte la posta alla foca, cioè ai pertugi nel ghiaccio che le permettono di salire a respirare, può durare ore. Così per questo tipo di caccia, che si chiama maupòk (cioè "egli attende") e che gli Eschimesi hanno imparato dall'orso bianco, gli Inuit hanno inventato "lenti" d'osso o di legno, leggere, appena fessurate; quel tanto che basta a riparare gli occhi dalla terribile rifrazione e a scorgere la preda mentre fa capolino dal buco. |
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| I mammiferi marini restano, ieri come oggi, la risposta al freddo e alla fame. Il grasso della foca groenlandese e della foca dagli anelli, del tricheco e del narvalo funge da combustibile e da alimento. La loro pelle da corda, da coperta e da tetto. La loro carne da pasto quotidiano per la famiglia e per i cani. Il loro sangue da minestra. Per quanto crudele possa sembrare, in un mondo in cui la preda ferita può scivolare per sempre sotto il diaframma di ghiaccio della banchisa, il primitivo arpone resta lo strumento di caccia più funzionale. E in un certo senso più ecologico. |
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A sinistra: |
| La mappa dell'occidentalizzazione, tuttavia(che forse in questo caso dovremmo chiamare meridionalizzazione), cioè il tasso di modernizzazione degli Eschimesi groenlandesi vede per ultimo proprio il distretto di Thule. Qui la vita è più o meno quale era un tempo, quando in Europa Cesare combatteva contro i Galli. |
| Se la caccia è stata buona, la padrona di casa previdente preparerà il kiviàq, una leccornia che prima di essere consumata richiede qualche mese di macerazione. Questa pietanza cerimoniale, che spesso è anche un dono di nozze e di Natale, è semplicemente una foca intera vuotata delle interiora e rimpinzata fino all'orlo di gazze marine con tanto di becco e penne. Nascosto il tutto in qualche anfratto roccioso, il gelo, il grasso sottocutaneo della foca e la lenta decomposizione degli uccelli faranno il resto, dando alla pietanza il caratteristico gusto acre. |
"pesca" alle gazze marine. Ogni anno tornano a Thule per nidificare, milioni di gazze marine. L'Eschimese ne approfitta. |
| Autunno, e il sole scivola giù. È quasi un addio. La frenesia si impadronisce degli Inuit, perchè i primi giorni di semibuio sono i più preziosi. Foche e trichechi hanno un solo problema: mantenersi aperte alcune prese d'aria nel ghiaccio, che come una morsa incalza e serra la superficie del mare. Anche i mammiferi marini sono frenetici in questa occupazione, così dimenticano la prudenza. È in autunno che il cacciatore fa man bassa. Nei quattro giorni seguenti alla scomparsa del sole dall'orizzonte, un uomo può uccidere anche 15 foche, e ogni foca basta per tre pasti a una famiglia di quattro persone e per un pasto a una muta di 10 cani. |
| Accumulare provviste per l'inverno è l'unica garanzia di rivedere il sole in primavera. Perchè l'inverno polare non perdona. I cani condividono con il padrone l'entusiasmo per la predazione: fare una buona scorta di carne conviene anche a loro. Durante i primi mesi di vita i cuccioli sono nutriti amorosamente, e anche portati in casa. Non è raro vedere un bambinetto eschimese giocare con un cucciolo al guinzaglio, menando una stringa, l'imitazione in scala minore della lunga frusta in pelle di foca del papà. Gli adulti assecondano questo gioco. Il cucciolo d'uomo e il cucciolo di husky imparano così il loro ruolo futuro. Dopo lo svezzamento gli husky restano all'aperto giorno e notte e sono trattati duramente. Da cani, come si suol dire. L'addestramento si basa sulla imitazione: i giovani vengono legati alla slitta assieme ai vecchi e imparano a distinguere i comandi e a obbedire. Il capobranco è attaccato in testa, circondato dalle femmine e seguito dai più indisciplinati, vicini alla slitta e a portata di frusta. Ma i deboli e i ribelli non hanno vita lunga. L'Inuit non può assolutamente rischiare: dai suoi cani dipendono la sua stessa vita e l'intera economia domestica. Ogni famiglia nasconde una tragedia. Inverni di carestia, antenati morti di fame, cacciatori annegati, fratelli dispersi, bambini morti di freddo. La fame non è appetito. Quando le provviste non bastano, nella gelida oscurità dell'inverno polare si mangiano le pelli di foca che fanno da coperte. Non bastassero, si bollirà la frusta. Poi toccherà al grasso combustibile della grande lampada di pietra, o di latta, in cui pesca lo stoppino di lichene. Al buio anche in casa, consumato tutto il grasso, si profila la rovina. |
La tipica trappola per foche |
| Cinghie, guanti, guarnizioni della slitta, tutto diventa commestibile in un mondo dove tutto viene dagli animali. Infine, i cani. 0 anche peggio. Nelle leggende eschimesi, nei racconti di famiglia, persino negli insulti peggiori che il linguaggio degli Inuit conosce, aleggia uno spettro: il cannibalismo. |
| Dopo un inverno di reciproci inviti e di cortesie tra vicini di casa, ecco finalmente strisciare all'orizzonte un rosso raggio di sole, debole araldo di un'agognata primavera. Sarà un giorno di soli dieci minuti. Domani di venti, dopodomani di mezz'ora. |
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